mercoledì 28 agosto 2013
massima di fine estate
"Loro mi ritengono pazzo perché non sono disposto a
vendere i miei giorni in cambio d'oro.
Io ritengo loro pazzi perché pensano che i miei giorni
possano avere un prezzo".
K Gibran
lunedì 24 giugno 2013
scultura di Mauro Franchi
In questo post desidero liberarmi dal
vestito di dottoressa e scrivere come donna che desidera condividere
il proprio percorso più personale. Scrivendo queste parole penso sopratutto alle donne perché
impellente e necessaria è la spinta del femminile in questo secolo.
Non sto a fare un'analisi storica o psicologica della condizione
femminile, ma è chiaro che mai come in questi anni la donna ha la
possibilità e la coscienza di scoprire la propria parte mancante,
che non è un principe azzurro, ma una primordiale intensità
presente nella sua sessualità. Esiste un filo antico e mai del tutto
spezzato che continua nel tempo nonostante secoli di d'annientamento,
di disordine, d'adattamenti obbrobriosi, mai come ora si ha
l'occasione di valorizzare ciò che è tipico del femminile, di
portare alla luce la coscienza ancestrale che passa attraverso il
corpo restituito all'eros. Si perché eros e corpo sono tutt'uno ed
entrambi sono superati da se stessi. Corpo ed erotismo sono
l'incarnazione dell'amore e nello stesso tempo non sono che strumenti
perché ricordiamoci che è il corpo ad essere messo in risonanza
dall'intensità dell'esistenza, il contrario non esiste. Eros e agape sono
uno intrecciato all'altro, solo la mente può dividerli, ma per il
corpo sono la stessa cosa. Non c'è in questo post nessuna avversione
verso il maschile, anzi, l'uomo è la controparte esaltante di eros,
ma credo che ci sia un'urgenza tutta femminile di riscoprire la
propria ombra sepolta da secoli di convenzioni e adattamenti, la
parte oscura del femminile è sempre istintiva, erotica e aggiungerei
una parola che fa paura: potente. E' l'intuizione di tale potenza che
ha provocato e provoca la violenza, la paura, la banalizzazione da
parte di entrambi i generi. Ciò che è potente viene temuto se è
sconosciuto, l'unica via è portare alla luce e condividere. E' una
grande opportunità scoprirsi donna tra altre donne, diventare
consapevoli attraverso lo specchio, e poi aprire al maschile portando in dono la coscienza, mettendo in gioco ciò che forse c'è
di più prezioso, un corpo erotico che supera se stesso e s'annienta
nella gioia.
giovedì 4 aprile 2013
QUALCOSA DI NUOVO
" C'è un altro mondo ed è in questo" P. Eluard
foto di jean Bouchart d'orval
foto di jean Bouchart d'orval
Piove,
eppure è primavera, lo dice l'ora legale che porta più luce alle
giornate falso-novembrine. Fa freddo, tuttavia nei momenti di tregua
fa capolino un sole tiepido che fa restare a maniche corte. Lo dicono
i profumi, c'è odore di miele nell'aria, non è così a fine
novembre, in quel mese solo odore di crisantemi, che poi non hanno alcun
profumo, e il colore arancione delle zucche. A volte nella vita ci si
sente così: si è ad aprile, ma intorno sembra inverno e si
comincia a credere che il grigio sia il solo colore esistente,
l'unico concesso dal mistero del tempo. I cappotti restano sull'attaccapanni, gli ombrelli sulle porte d'entrata e si vaga storditi
tra improvvise gemme che confondono i mesi e le percezioni. Questa
primavera bizzarra mi fa pensare a certi passaggi provocati dalle
costellazioni familiari o da altri percorsi, in cui tutto è pronto,
ma apparentemente nulla si muove. Mi chiedo se questa “pigrizia
della coscienza” non sia a volte una forma di protezione perché noi, a differenza della terra che sboccia sempre e comunque, abbiamo
un'atavico terrore della pienezza e dello splendore, alla pari dei
misteri atmosferici, creiamo nuvole in pieno maggio. Non lo so perché ad aprile continua a fare freddo e qualsiasi spiegazione
meterologica non farà uscire il sole, ma intuisco quell'altra
paura, quella che fa indietreggiare di fronte al troppo, troppo
bello, troppo buono. Il “troppo” è la paura fondamentale
dell'essere umano, essere più di ciò che si è, o forse essere
semplicemente ciò che si è, facendo cadere petali invece che
grandine.
Si
resta un po' addormentati, come il mercurio del termometro che non
sale più di tanto, si è come fiori che tentennano attraverso la
gemma. Siamo petali nel bocciolo protetti dalla primavera che siamo.
Chi lo sa se il fiore prova dolore quando sboccia. Me lo sono sempre
chiesto. Sembra facile essere una rosa quando i petali sono già
aperti, ma che ne sappiamo noi veramente di cosa vive un fiore
nel suo diventare primavera? Dove terminano
i petali? Forse anche il calice che l'ha riparato è essenziale ? La
protezione del fiore assomiglia alle nuvole d'aprile. Sono in risonanza
con gli elementi naturali, provo empatia con la bizzarria del tempo, c'è
compassione per il fiore nel calice. Non credo che nessuna analisi
possa risolvere la sostanza della natura grigia,
eppure a volte le cose sono molto, molto, semplici. Si può vagare
nella pioggia che non smette, farsi mille domande sul processo dei
petali, oppure affidarsi alla mutazione del fiore, intuendo che
forze più grandi stanno agendo e concorrendo alla sbocciare naturale
di chi sono. C'è una risata che arriva, perché il 21 marzo è
passato da un pezzo ed abbiamo ancora il maglione di lana, e allora si ride perché le cose più grandi non dipendono dalle date umane, l'unica
cosa certa è che la primavera arriva sempre, è inevitabile.
PS:"I limiti del nostro successo dipendono dal movimento della coscienza che ci spinge ad avere di meno invece che di più: più successo, più felicità. Questo significa in cuor nostro che se abbiamo meno successo sentiamo di avere la coscienza pulita, mentre se abbiamo successo, sopratutto se ne abbiamo molto, sotto sotto sentiamo di avere la coscienza sporca."
Bert Hellinger
mercoledì 2 gennaio 2013
Gioia
Vous devez être un peu fêlé pour laisser passer la lumière
Dovete avere delle crepe per far passare la luce
Ci sono delle fessure che ci attraversano come piccoli movimenti che destabilizzano poco la struttura che ci appartiene. Altre volte delle profonde crepe minano alla base la personalità, in quei casi ci vuole tempo per superare le resistenze, siamo obbligati a fare un viaggio all'interno delle fessure facendoci condurre dalla materia che cede e si modifica d'istante in istante. Ciò che rallenta il viaggio è un pensiero che s'impone più forte degli altri: " la realtà è ingiusta, le cose non sarebbero dovute andare cosi'". Ogni volta che la visione della realtà viene percepita come un male stiamo bloccando il viaggio, ci percepiamo differenti dalla materia in movimento, entriamo nell'illusione cercando di controllare l'esistenza. Nessuno può controllare gli avvenimenti, niente può evitare l'impatto con la realtà della vita, la nostra potenza nasce e si sviluppa grazie all'incontro con ciò che è al di là del nostro controllo.. la crepa modifica la struttura, un presentimento s'insinua nello spazio vuoto, la coscienza comincia ad attraversarci. E' importante comprendere che non esiste un modello corretto adatto a tutti, ognuno di noi ha la sua forma e la sua evoluzione, ma c'è un elemento che può aiutare il processo d'impatto con la vita: la gioia. Cos'è la gioia? Come arriva? Si può vivere senza? Guardando l'etimologia greca della parola si osserva che il significato corretto può essere definito come :"movimento dell'anima ben accordato alle cose"1. In latino la parola gioia assume il significato di gioiello. Dove abita in noi questo gioiello, in quali occasioni lo sfoggiamo? Quando resta dimenticato in un cassetto ? Come possiamo vivere la distruzione e la gioia? Non sono forse antagonisti? Si, per la nostra testa non c'è dualità più grande che tra bene e male, tra piacere e dolore.. ma anche questo è un tentativo di controllo illusorio perché là dove c'è la crepa nasce il sentore di un altro modo. Ritornando all'etimologia della parola gioia ci si riferisce ad un movimento ben accordato alle cose, ossia a qualcosa che fluisce facilmente, qualcosa che non ha in sé il pensiero:" la realtà è ingiusta." Un movimento ben accordato ha in sé la forza di essere tutt'uno con la crepa che sta distruggendo. Questo non vuol dire farsi divorare dalla depressione o dall'inerzia di fronte ad un fallimento emotivo o finanziario, ma agire senza porre limiti al possibile, significa osare andare al di là della nostra concezione del bene e del male, vuol dire essere sé stessi senza sapere in anticipo chi siamo e cos'è la realtà, significa giocare accettando d'illuminare un po' di più la vita e le relazioni che ci attraversano. Indossiamo dunque il gioiello, all'inizio timidamente, dubitando, sprofondando nella tristezza e nella paura, poi dimenticandosi d'averlo al collo perché non abbiamo più bisogno di alcun ciondolo per evitare la paura di vivere.
1) Maria Luisa Gatti, Etimologia e filosofia, V&P Milano
domenica 18 novembre 2012
La paura delle emozioni
lunedì 3 settembre 2012
Cosa accade durante una seduta?
foto di manuel Cafini - Movimento
Cosa accade durante una seduta e quali caratteristiche deve avere chi lavora nella relazione d'aiuto? Preparazione tecnica? Empatia? Capacità di non confondersi con la problematica dell'altro?
Saper ascoltare ed intervenire in ugual misura? Ciò che sto scoprendo è qualcosa che non mi aspettavo e che mi lascia piacevolmente sorpresa. Nella mia professione ho cominciato condividendo il sapere, fresca di master post- universitario ho scandagliato per anni con una specie di "microscopio mentale" l'inconscio di chi mi stava davanti, generalmente individuavo velocemente il" virus".. ma con il tempo ho scoperto che nonostante tutti i miei studi e la mia acutezza, l'agente patogeno continuava indisturbato a volteggiare nell'inconscio di chi osservavo, anzi, spesso il virus diventava più forte per il solo fatto di essere stato osservato. Era un po' come scoprire un virus molto narciso che come un primo attore diventava più forte quando si parlava di lui, ogni discorso diventava un applauso a cui lui s'inchinava gongolando. Ho creduto allora di aver sbagliato mestiere, ho pensato di non essere capace, mi sono tolta dalle scene e per anni ho fatto tutt'altro per vivere. Nel tempo libero esploravo quella strana cosa che è un essere umano attraverso altri modi, apparentemente lontani dal microscopio occidentale. Lentamente, a forza di curiosare, esplorare, toccare me stessa e l'altro, ho percepito che una sorta di "densità" mi permetteva di tornare a fare il mio mestiere. Il virus non era più qualcosa di esterno, su cui mirare e fare fuoco, era un elemento, neppure tanto importante, della meravigliosa interezza di chi avevo di fronte e di me stessa. Ho cominciato allora a lavorare condividendo l'esperienza, cioè quel qualcosa di solido, ma non ben definito, che permette all'azione giusta di presentarsi da sola. Nel setting il virus appariva volteggiando sullo sfondo come una comparsa e non più come primo attore. Era l'integrità dell'altro a dirmi cosa fare, il "paziente" era già sano, non era mai stato "malato", ma aveva bisogno di uno specchio neutro, di qualcosa o qualcuno che non si facesse sedurre dal virus, ma che sapesse danzare con lui. Ero sorpresa da chi incontravo e trovavo ogni problematica misteriosa nella sua manifestazione, una sorta di problema auto- risolto, una perfezione imperfetta, una tensione verso l'evoluzione naturale di se stessi. Ed in questa modalità, che continua tutt'ora, si sta insinuando un altro elemento che mai avrei sospettato: la vulnerabilità. Esiste un momento in cui qualcosa di noi stessi sfonda una porta, qualcosa cede e si accetta di toccare e di essere toccati. Si sente di partecipare a quel qualcosa che appartiene al fondamento di un essere umano, si è attraversati dalla propria, e dall'altrui emozione, per essere più precisi si potrebbe dire che si entra in vibrazione con ciò che è all'origine di qualsiasi emozione, e con una grande umiltà si dice si al movimento delle cose, ci si accorge cioè che l'unica guarigione possibile è abbandonarsi, lasciarsi attraversare, cambiare, divorare, dal movimento del presente.
Cosa c'entra questo con la relazione d'aiuto e la professionalità? C'entra nella misura in cui io non intervengo più giustificata dal mio ruolo di professionista, a inquinare, confondere, mitigare, un movimento che è molto vasto e che di certo la sa più lunga di me e delle mie tecniche. C'entra nella misura in cui la seduta diviene un luogo dedito all'ascolto ed alla creazione impersonale, un luogo in cui gli agenti patogeni fanno sorridere perché ci si accorge che c'è una grande corrente e se chiedete al movimento cosa sono i virus non sa cosa rispondere perché non li conosce.
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Ubicazione:
Via Porta Rossa, 6
mercoledì 25 luglio 2012
Ancora acqua: l'oceano.
C. Pezzillo Le mie forme gioiose
"Scusa" disse un pesce dell'oceano ad un altro, " tu sei più vecchio e più esperto di me e probabilmente mi puoi aiutare; dimmi dove posso trovare quella cosa che chiamano oceano?" "L'oceano" disse il vecchio pesce, " è quello in cui stai nuotando adesso." " Oh questo? Ma è solo acqua. Quello che sto cercando è l'Oceano" disse il pesciolino e, deluso, nuotò via per cercare altrove.
A. De Mello
Buone vacanze a tutti!!!
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Ancora acqua: l'oceano.
Ubicazione:
Via porta rossa, 6, 50123 Firenze, Italia
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