giovedì 4 aprile 2013

QUALCOSA DI NUOVO


 " C'è un altro mondo ed è in questo" P. Eluard
foto di jean Bouchart d'orval


Piove, eppure è primavera, lo dice l'ora legale che porta più luce alle giornate falso-novembrine. Fa freddo, tuttavia nei momenti di tregua fa capolino un sole tiepido che fa restare a maniche corte. Lo dicono i profumi, c'è odore di miele nell'aria, non è così a fine novembre, in quel mese solo odore di crisantemi, che poi non hanno alcun profumo, e il colore arancione delle zucche. A volte nella vita ci si sente così: si è ad aprile, ma intorno sembra inverno e si comincia a credere che il grigio sia il solo colore esistente, l'unico concesso dal mistero del tempo. I cappotti restano sull'attaccapanni, gli ombrelli sulle porte d'entrata e si vaga storditi tra improvvise gemme che confondono i mesi e le percezioni. Questa primavera bizzarra mi fa pensare a certi passaggi provocati dalle costellazioni familiari o da altri percorsi, in cui tutto è pronto, ma apparentemente nulla si muove. Mi chiedo se questa “pigrizia della coscienza” non sia a volte una forma di protezione perché noi, a differenza della terra che sboccia sempre e comunque, abbiamo un'atavico terrore della pienezza e dello splendore, alla pari dei misteri atmosferici, creiamo nuvole in pieno maggio. Non lo so perché ad aprile continua a fare freddo e qualsiasi spiegazione meterologica non farà uscire il sole, ma intuisco quell'altra paura, quella che fa indietreggiare di fronte al troppo, troppo bello, troppo buono. Il “troppo” è la paura fondamentale dell'essere umano, essere più di ciò che si è, o forse essere semplicemente ciò che si è, facendo cadere petali invece che grandine.
Si resta un po' addormentati, come il mercurio del termometro che non sale più di tanto, si è come fiori che tentennano attraverso la gemma. Siamo petali nel bocciolo protetti dalla primavera che siamo. Chi lo sa se il fiore prova dolore quando sboccia. Me lo sono sempre chiesto. Sembra facile essere una rosa quando i petali sono già aperti, ma che ne sappiamo noi veramente di cosa vive un fiore nel suo diventare primavera? Dove terminano i petali? Forse anche il calice che l'ha riparato è essenziale ? La protezione del fiore assomiglia alle nuvole d'aprile. Sono in risonanza con gli elementi naturali, provo empatia con la bizzarria del tempo, c'è compassione per il fiore nel calice. Non credo che nessuna analisi possa risolvere la sostanza della natura grigia, eppure a volte le cose sono molto, molto, semplici. Si può vagare nella pioggia che non smette, farsi mille domande sul processo dei petali, oppure  affidarsi alla mutazione del fiore, intuendo che forze più grandi stanno agendo e concorrendo alla sbocciare naturale di chi sono. C'è una risata che arriva, perché il 21 marzo è passato da un pezzo ed abbiamo ancora il maglione di lana, e allora si ride perché le cose più grandi non dipendono dalle date umane, l'unica cosa certa è che la primavera arriva sempre, è inevitabile.


PS:"I limiti del nostro successo dipendono dal movimento della coscienza che ci spinge ad avere di meno invece che di più: più successo, più felicità. Questo significa in cuor nostro che se abbiamo meno successo sentiamo di avere la coscienza pulita, mentre se abbiamo successo, sopratutto se ne abbiamo molto, sotto sotto sentiamo di avere la coscienza sporca."
Bert Hellinger





mercoledì 2 gennaio 2013

Gioia









Vous devez être un peu fêlé pour laisser passer la lumière

Dovete avere delle crepe per far passare la luce



Ci sono delle fessure che ci attraversano come piccoli movimenti che destabilizzano poco la struttura che ci appartiene. Altre volte delle profonde crepe minano alla base la personalità, in quei casi ci vuole tempo per superare le resistenze, siamo obbligati a fare un viaggio all'interno delle fessure facendoci condurre dalla materia che cede e si modifica d'istante in istante. Ciò che rallenta il viaggio è un pensiero che s'impone più forte degli altri: " la realtà è ingiusta, le cose non sarebbero dovute andare cosi'". Ogni volta che la visione della realtà viene percepita come un male stiamo bloccando il viaggio, ci percepiamo differenti dalla materia in movimento, entriamo nell'illusione cercando di controllare l'esistenza. Nessuno può controllare gli avvenimenti, niente può evitare l'impatto con la realtà della vita, la nostra potenza nasce e si sviluppa grazie all'incontro con ciò che è al di là del nostro controllo.. la crepa modifica la struttura, un presentimento s'insinua nello spazio vuoto, la coscienza comincia ad attraversarci. E' importante comprendere che non esiste un modello corretto adatto a tutti, ognuno di noi ha la sua forma e la sua evoluzione, ma c'è un elemento che può aiutare il processo d'impatto con la vita: la gioia. Cos'è la gioia? Come arriva? Si può vivere senza? Guardando l'etimologia greca della parola si osserva  che il significato corretto  può essere definito come :"movimento dell'anima ben accordato alle cose"1. In latino la parola gioia assume  il significato di gioiello. Dove abita in noi questo gioiello, in quali occasioni lo sfoggiamo? Quando resta dimenticato in un cassetto ? Come possiamo vivere la distruzione e la gioia? Non sono forse antagonisti? Si, per la nostra testa non c'è dualità più grande  che tra bene e male, tra piacere e dolore.. ma anche questo è un tentativo di controllo illusorio perché là dove c'è la crepa nasce il sentore di un altro modo. Ritornando all'etimologia della parola gioia ci si riferisce ad un movimento ben accordato alle cose, ossia a qualcosa che fluisce facilmente,  qualcosa che non ha in sé il pensiero:" la realtà è ingiusta." Un movimento ben accordato ha in sé la forza di essere tutt'uno con la crepa che sta distruggendo. Questo non vuol dire farsi divorare dalla depressione o dall'inerzia di fronte ad un fallimento emotivo o finanziario, ma agire senza porre limiti al possibile, significa osare andare al di là della nostra concezione del bene e del male, vuol dire  essere sé stessi senza sapere in anticipo chi siamo e cos'è la realtà, significa giocare accettando d'illuminare un po' di più la vita e le relazioni che ci attraversano. Indossiamo dunque il gioiello, all'inizio timidamente, dubitando,  sprofondando nella tristezza e nella paura, poi dimenticandosi d'averlo al collo perché non abbiamo più bisogno di alcun ciondolo per evitare la paura di vivere.






1) Maria Luisa Gatti, Etimologia e filosofia, V&P Milano

domenica 18 novembre 2012

La paura delle emozioni











Qualche volta può accadere che alla fine di una costellazione si percepiscano in sé delle emozioni sgradevoli, sopratutto se si è interpretato un ruolo forte. C'è spesso un senso d'inquietudine di fronte all'emozione che invade il corpo e di cui non si capisce il confine. Ci si chiede: " appartiene a me o all'altro? E' un emozione negativa? Mi può danneggiare"?  Comincerei con il dire che non esistono emozioni o energie negative, tutto appartiene al campo dell'energia, che non ha in sé alcuna divisione tra bene e male. Se esistesse veramente una tale divisione andrebbe perduta la forza stessa delle costellazioni che si basano sull'apertura a tutto ciò che si presenta. Questo significa che il principio fondamentale del lavoro costellativo è la presenza e l'assenza di giudizio. Ogni cosa che viene alla luce è benvenuta se sono capace di essere presente, ma spesso accade che un non so che d'indefinito faccia scattare le difese ed i pensieri. Ecco apparire il giudizio, ovvero ciò che divide tra bene e male. Il movimento del cuore, o per dirlo con le parole di Hellinger, il movimento dell'anima, si blocca. Cosa accade quando giudico? Succede che le informazioni che provengono dalla mia storia personale prendono il sopravvento sul nuovo, su ciò che l'anima rivela. E' molto interessante, se ne siamo capaci, fermarsi ad ascoltare l'emozione sgradevole di cui ci si vorrebbe liberare, essa infatti evidenzia il limite che in quel momento mi appartiene. Ed allora perché qualche volta si propongono dei piccoli rituali per alleggerire le emozioni? Semplicemente perché ci vuole molta forza ed umiltà per stare in contatto con il proprio confine, è una maturità che si raggiunge per gradi, il rituale serve per calmare la mente, per ritornare presenti, in questo modo esso sposta nel tempo il miracolo della consapevolezza, momento di grazia in cui l'energia imprigionata nell'emozione può ridiventare coscienza. L'emozione che credevo potesse inquinare il mio esistere ritorna nello spazio da cui è nata. Se ho il coraggio di seguirla fino al suo svanire mi renderò conto di un'altra cosa: ogni emozione è una porta verso l'integrità e l'autonomia. Essere una sola cosa con ciò che si presenta è il mezzo regale per tornare alla totalità della propria umanità in cui nulla è diviso in cattivo e buono, ma in cui ogni elemento partecipa al gioco del vivere. E come dice Eric Baret: " Jouer dans le sens profond est l'essentiel, parce que le jeu est d'etre sans but, on se rend compte qu'il n'y a rien d'autre que la beauté dans la vie" Giocare, nel senso profondo del termine, è l'essenziale, perché il gioco è senza scopo, ci si rende conto che non c'è niente altro che la bellezza nella vita.



lunedì 3 settembre 2012

Cosa accade durante una seduta?


foto di manuel Cafini - Movimento


Cosa accade  durante una seduta e quali caratteristiche deve avere chi lavora nella relazione d'aiuto? Preparazione tecnica? Empatia? Capacità di non confondersi con la problematica dell'altro?

Saper ascoltare ed intervenire in ugual misura? Ciò che sto scoprendo  è qualcosa che non mi aspettavo e che mi lascia piacevolmente sorpresa. Nella  mia professione ho cominciato condividendo il  sapere, fresca di master post- universitario  ho scandagliato per anni con una specie di "microscopio mentale" l'inconscio di chi mi stava davanti, generalmente individuavo velocemente il" virus".. ma con il tempo ho scoperto che nonostante tutti i miei studi e la mia acutezza, l'agente patogeno continuava indisturbato a volteggiare nell'inconscio di chi osservavo, anzi, spesso il virus diventava più forte per il solo fatto di essere stato osservato. Era un po' come scoprire un virus molto narciso che come un primo attore diventava più forte quando si parlava di lui, ogni discorso diventava un applauso a cui lui s'inchinava gongolando. Ho creduto allora di aver sbagliato mestiere, ho pensato di non essere capace, mi sono  tolta dalle scene e per anni ho fatto tutt'altro per vivere. Nel tempo libero  esploravo quella strana cosa che è un essere umano attraverso altri modi, apparentemente lontani dal microscopio occidentale. Lentamente, a forza di curiosare, esplorare, toccare me stessa e l'altro, ho percepito che una sorta di "densità" mi permetteva di tornare a fare il mio mestiere. Il virus non era più qualcosa di esterno, su cui mirare e fare fuoco, era un elemento, neppure tanto importante, della meravigliosa interezza di chi avevo di fronte e di  me stessa. Ho cominciato allora a lavorare condividendo l'esperienza, cioè quel qualcosa di solido, ma non ben definito, che permette all'azione giusta di presentarsi da sola. Nel setting il virus appariva volteggiando sullo sfondo come una comparsa e non più come primo attore. Era l'integrità dell'altro a dirmi cosa fare, il "paziente" era già sano, non era mai stato "malato", ma aveva bisogno di uno specchio neutro, di qualcosa o qualcuno che non si facesse sedurre dal virus, ma che sapesse danzare con lui. Ero sorpresa da chi incontravo e trovavo ogni problematica misteriosa nella sua manifestazione, una sorta di problema auto- risolto, una perfezione imperfetta, una tensione verso l'evoluzione naturale di se stessi. Ed in questa modalità, che continua tutt'ora, si sta insinuando un altro elemento che mai avrei sospettato: la vulnerabilità. Esiste un momento in cui qualcosa di noi stessi  sfonda una porta, qualcosa cede e si accetta di toccare e di essere toccati. Si sente di partecipare a quel qualcosa che appartiene al fondamento di un essere umano, si è attraversati  dalla propria, e dall'altrui emozione, per essere più precisi si potrebbe dire che si entra in vibrazione con ciò che  è all'origine di qualsiasi emozione, e con una grande umiltà si dice si al movimento delle cose, ci si accorge cioè che l'unica guarigione possibile è abbandonarsi, lasciarsi attraversare, cambiare, divorare, dal movimento del presente.
Cosa c'entra questo con la relazione d'aiuto e la professionalità? C'entra nella misura in cui io non intervengo più giustificata dal mio ruolo di professionista, a inquinare, confondere, mitigare, un movimento che è molto vasto e che di certo la sa più lunga di me e delle mie tecniche. C'entra nella misura in cui la seduta diviene un luogo dedito all'ascolto ed alla creazione impersonale, un luogo in cui gli agenti patogeni fanno sorridere perché ci si accorge che c'è una grande corrente e se chiedete al movimento cosa sono i virus non sa cosa rispondere perché non li conosce.



mercoledì 25 luglio 2012

Ancora acqua: l'oceano.



C. Pezzillo Le mie forme gioiose



"Scusa" disse un pesce dell'oceano ad un altro, " tu sei più vecchio e più esperto di me e probabilmente mi puoi aiutare; dimmi dove posso trovare quella cosa che chiamano oceano?"  "L'oceano" disse il vecchio pesce, " è quello in cui stai nuotando adesso." " Oh questo? Ma è solo acqua. Quello che sto cercando è l'Oceano" disse il pesciolino e, deluso, nuotò via per cercare altrove.
A. De Mello

Buone vacanze a tutti!!!

lunedì 28 maggio 2012

Costellazioni familiari - Vedere l'altro

C'è un elemento fondamentale nel movimento delle costellazioni, è il vedere l'altro.
Quando all'interno di tale dinamica si vede improvvisamente l'altro, si può contattare l'amore sepolto dietro le convinzioni e le abitudini della storia famigliare.
Attraverso il vedere si riconosce la propria unicità  e quella di chi è in relazione con noi.
Spesso il riconoscimento dell'altro, sia esso genitore, marito o figlio, è oscurato da un'emozione tanto basilare quanto frequente: la colpa
Riconoscendo non si ha più bisogno di espiare una presunta colpa, anzi, si scopre che è proprio l'espiazione che  impedisce di esporsi alla relazione.
Ci si fa  opprimere dal peso dell'espiazione solo se si perde di vista l'altro, ma se lo si vede si è costretti a riconoscere che espiare è l'esatto opposto dell'essere in relazione.
Anche nel caso in cui ci sia stata una reale mancanza da parte di una persona, il vedere comporta un movimento spontaneo verso la riconciliazione.
La colpa sulla terra passa.. il movimento della vita la contiene solo per poco, giusto il tempo per comprendere che essa non è l'essenziale. Attraverso la grazia e la semplicità dei movimenti provocati dal campo morfogenetico, ritroviamo l'essenziale. Si riconosce finalmente la persona che era oscurata dietro all'emozioni, dietro ai fatti accaduti che hanno lasciato un'impronta nella memoria genetica. Vedere  apre all'essenziale e a tutti quei movimenti intermedi che essenziali non sono. Non c'è sforzo, neppure dramma, c'è il vedere con la  liberazione d'energia che ciò comporta.